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24 Marzo 1944: L’Eccidio Nazista delle Fosse Ardeatine

Oggi, 78 anni fa, 335 cittadini italiani furono uccisi nelle Fosse Ardeatine a Roma, tra civili, militari, detenuti comuni, prigionieri politici ed ebrei, una strage ad opera delle truppe d’occupazione tedesca.

La rappresaglia venne decisa come punizione per l’uccisione dei 33 soldati tedeschi nell’attentato di Via Rasella attuato dai Gruppi di Azione Patriottica delle Brigate Garibaldi, l’ordine dato stabiliva che fossero uccisi 10 italiani per ogni tedesco morto.


L’Eccidio è passato alla storia come il più raccapricciante esempio di brutalità nazista sul suolo italiano, nonchè la maggiore strage di ebrei avvenuta sullo stesso suolo. Ancor prima dell’eccidio, si faceva sentire il pugno di ferro dell’occupazione nazista, attraverso rallestramenti e arresti di antifascisti e dissidenti; tra le vittime nelle fosse 28 erano iscritti al PCI, 56 a Bandiera Rossa.

La decisione di una tale rappresaglia fu presa dal generale Mälzer, il colonnello Kappler e il generale Eberhard von Mackensen. Subito si stilarono liste in continua espansione di detenuti, antifascisti ed ebrei da uccidere, molti tratti dalle carceri di Via Tasso e Regina Coeli, grazie anche all’aiuto del questore Pietro Caruso.

Tra le vittime comparirono: 154 persone a disposizione dell'Aussenkommando, sotto inchiesta di polizia; 23 in attesa di giudizio del Tribunale militare tedesco; 16 persone già condannate dallo stesso tribunale a pene varianti da 1 a 15 anni; 75 appartenenti alla comunità ebraica romana; 40 persone a disposizione della Questura romana fermate per motivi politici; 10 fermate per motivi di pubblica sicurezza; 10 arrestate nei pressi di via Rasella; una persona già assolta dal Tribunale militare tedesco; sette persone tuttora non identificate.


Sebbene le vittime della decimazione sarebbero dovute essere 330, furono raccolte 335 persone per sbaglio. La zona fu scelta perché sarebbe stato facile occultare le prove facendo esplodere le gallerie delle fosse, e così fecero.

Prima di ciò tuttavia, i nazisti condussero gli uomini in gruppi di cinque all’interno delle fosse dove il capitano Priebke si assicurava che il loro nome fosse sulla lista, venivano poi fatti inginocchiare e uccisi con un colpo di pistola. Alcuni opposero resistenza e fu necessario sopprimerli con la forza. Per accelerare i tempi, si decise di far salire le vittime e gli esecutori sopra lo strato di cadaveri e si formarono pile di corpi. Molti di questi furono mutilati dai ripetuti colpi subiti, a tal punto che, come già detto, 7 corpi risultano inidentificabili.

Dopo queste vicende macabre, furono fatti esplodere gli ingressi. Le esplosioni finali furono udite da alcuni religiosi salesiani presenti nelle vicinanze che fungevano da guide alle catacombe; i salesiani avevano osservato durante l'intera giornata il frenetico movimento di automezzi tedeschi nella zona; nella notte il gruppo approfittò per entrare nelle cave per vedere cosa stesse succedendo e si trovò di fronte allo spettacolo orrendo che era la massa di cadaveri alta un metro e mezzo.


I quotidiani romani riportarono il 25 un comunicato dall'Alto comando tedesco, secondo cui, dopo aver descritto l'attentato di via Rasella, "imboscata eseguita da comunisti-badogliani", proclamava la volontà di "stroncare l'attività di questi banditi" e rivelava di aver ordinato che "per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati" e concludeva con la frase inequivocabile "l'ordine è già stato eseguito".

Mussolini discusse telefonicamente con il ministro Buffarini Guidi riguardo al tragico eccidio; egli apparve soprattutto preoccupato per la possibile reazione della popolazione di Roma; il Duce giustificò la rappresaglia: ai tedeschi "non si può rimproverare nulla...la rappresaglia è legale, è sancita dai diritti internazionali". Ovviamente falso: furono violate sia la Convenzione dell'Aia del 1907 sia la Convenzione di Ginevra, in quanto la reazione fu spropositata, furono coinvolti civili e persone che non avevano alcuna relazione con l'attentato, e non fu nemmeno condotta una seria ricerca per venire a conoscenza dei veri colpevoli da parte delle autorità naziste.


Delle personalità maggiormente responsabili del massacro, Kesselring scontò solo 5 anni di prigione, dopodiché fu rilasciato per motivi di salute; Kappler fu accusato solo delle 15 morti di cui fu direttamente responsabile, quando morì all'improvviso il 33º tedesco e prelevò di sua decisione altre 10 persone e 5 per sbaglio, e comunque il 1977 evase verso la Germania. Il capitano Priebke fortunatamente non ricevette la stessa Grazia e, dopo una lunga latitanza in Argentina, nel 1995 fu trovato, ricondotto in Italia dove scontò un ergastolo fino alla sua morte nel 2013.


Quello delle Fosse Ardeatine non fu né un martirio, né un sacrificio, le vittime non sono eroi o angeli, soltanto vittime ingiuste di un Eccidio dall’incredibile brutalità.




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