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28 anni di lotta: gli Zapatisti e il Subcomandante Marcos

Aggiornamento: 23 gen

Il 1 gennaio 1994 gli zapatisti hanno fatto irruzione nell’attualità internazionale lanciando quella che può essere considerata la prima di tante proteste contro la globalizzazione; quel giorno il Messico venne scosso da un’ondata di rivoltosi mascherati che occuparono diversi municipi tra cui quello di San Cristobal de Las Casas. Cominciava così quella che allora fu definita la quarta “guerra mondiale” cioè il conflitto tra globalizzati e globalizzatori.


La scelta degli zapatisti e del Subcomandante Marcos di fare irruzione nella vita politica messicana proprio quel 1 gennaio 1994 non è stata affatto casuale, si tratta proprio del giorno in cui tra gli USA, il Canada e il Messico entrava in vigore il NAFTA, North American Free Trade Agreement, espressione delle più becere logiche liberali frutto della progressiva offensiva della globalizzazione protrattasi dalla fine della Guerra Fredda. L’entrata in vigore del NAFTA per il Chiapas avrebbe significato l’esproprio e la privatizzazione delle terre, togliendo un sostentamento agli indigeni per il solo arricchimento degli Stati Uniti e del Canada.


Quel giorno, dunque il vendicatore mascherato, non solo si faceva portatore di una ribellione territoriale per la causa degli indigeni del Chiapas, fino ad allora invisibili, ma siglava l’inizio della prima rivolta simbolica contro la globalizzazione. Ricordiamo, a questo proposito, una celebre frase del subcomandante Marcos in un’intervista a Ignacio Ramonet che riteniamo centrale per comprendere la nuova direzione che la lotta zapatista pone all’attenzione:

“Noi vogliamo far parte della nuova storia, della storia del mondo: noi abbiamo qualcosa da dire e non siamo disposti ad essere quello che voi vorreste che fossimo. Non vogliamo trasformarci in soggetti il cui valore sulla scala sociale sarebbe determinato soltanto dal potere d’acquisto e dalla capacità di produzione.”


Il clima di repressione opprimeva il Chiapas già dagli anni 80 quando questa regione era teatro dei primi scontri per le nuove legislazioni di privatizzazione agraria che andavano a discapito degli indigeni. Per di più il Chiapas era detentore della maggior parte dei giacimenti di gas e di petrolio e forniva al Messico il 40% dell’energia idroelettrica, eppure gli indigeni versavano in uno stato di forte povertà e sfruttamento. In quel decennio il primo nucleo dell’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, iniziò a reclutare uomini sulle montagne del Chiapas attorno alla figura del subcomandante Marcos, la cui identità è stata al lungo nascosta.

“Mi faccio chiamare subcomandante perché il vero comandante è il popolo”


Al subcomandante Marcos va riconosciuto di aver capito immediatamente che era finita l’epoca dei movimenti di guerriglia tradizionali, come quelli dell’ America Latina della seconda metà del XX secolo e di aver intrapreso una nuova strada per la rivolta. Marcos è stato un dei primi a teorizzare l’articolazione tra l’arroganza trionfalista della globalizzazione e lo sfruttamento e la marginalizzazione degli indigeni e si è dimostrato un abile stratega mediatico capace di fare dell’internet un’arma efficace per la sua lotta, una lotta fatta di simboli e di segni che hanno colpito dritti al bersaglio, come l’idea del passamontagna. Inoltre pur mantenendo una retorica militarista e presentandosi sotto forma di esercito, gli atti violenti dell’ EZLN sono rarissimi se non quasi del tutto assenti.


Ma torniamo a quel 1 gennaio ‘94 a San Cristobal. I turisti, presenti in gran numero, vennero radunati nella Plaza des Armas, e venne spiegato che non sarebbe stato fatto loro alcun male. Non come ostaggi, ma perché la paura dell’EZLN era che le forze governative messicane potessero anche uccidere qualche turista straniero per poi dare la colpa ai ribelli. I turisti però iniziano a lamentarsi e ribellarsi, ma Marcos, pur perdendo la pazienza, si dice non avesse perso il senso dell’umorismo pronunciando una frase che diventerà poi leggenda: “Perdonen las molestia pero ésta es una revolución”.


È così che vogliamo ricordare la lunga storia che ha avuto come punto di inizio quello storico giorno del ‘94, una “storia da dimenticare, una storia da non raccontare” per molti, una storia già dimenticata per altri, eppure la resistenza zapatista non ha mai ceduto. “Noi non siamo mai morti, anche se loro si sono impegnati a far credere ai media di ogni tipo che lo eravamo, noi siamo risorti come Indigeni Zapatisti che sempre siamo stati e sempre saremo” Comunicato del 30 dicembre 2012.


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