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Capire il Fascismo per essere Antifascisti.

Aggiornamento: 25 apr

Introduzione: centro e periferia

"Il capitale può essere capitale solo quando sta accumulando, e può accumulare solo producendo e muovendosi attraverso relazioni di grave disuguaglianza."
Jodi Melamed, "Racial Capitalism"

Il capitale deve accrescere se stesso.

La società capitalistica può esistere solo in funzione del capitale e della sua possibilità di movimento e accrescimento, e questa capacità, storicamente parlando, gli è stata resa disponibile principalmente dalle grandi "scoperte" geografiche che sono iniziate con la "scoperta" dell'America da parte dell'Europa: oro, materiali, cibi ricercati, schiavi, tutti alla mercé dei coloni, a vantaggio dell'accrescimento del proto-capitale nascente.


Per agevolare il suo accrescimento il capitale scinde l'umanità in campi distinti e profondamente interconnessi, discreti abbastanza da poter essere poi relazionati in modo tale da massimizzare la riproduzione del capitale; la società viene divisa in campi, gli uni superiori sugli altri in infinite dialettiche di subordinazione: creditori e debitori, padroni e operai, colonizzati e coloni, razze inferiori e superiori, ed è proprio il movimento attraverso queste relazioni di grande disuguaglianza che permette al capitale di accrescere. Questa separazione dell'umanità e la sua successiva ricucitura artificiale costituiscono l'algoritmo fondamentale del capitalismo, su cui si basano tutte le sue operazioni e senza cui non potrebbe sopravvivere.

Ripercorrendo la storia colonialista del capitalismo, si può notare come questo algoritmo abbia scisso le sue zone di attività economica in due geografie politiche, tra "centro" e "periferia", due zone in costante definizione e ridefinizione tra un lato e l’altro della dialettica.


Tra queste due zone, il capitale ha storicamente seguito due strategie.

Una strategia che consiste nel ricorso alla violenza in tutta la sua trasparenza, in un processo noto come "accumulazione primitiva", composto da furto ed espropriazione, guerra e dominazione: popolazioni intere ridotte in schiavitù, le loro terre ora nelle mani dei loro assassini, destinate alla coltivazione di campi e fabbriche capitalistiche, i loro territori sacri profanati in nome del denaro.

Un'altra, più “pacifica”, che consiste nell’acquisto di forza-lavoro sul mercato, macchinari migliori, abbasso dei costi di produzione, sfruttamento della forza-lavoro ed estrapolazione del plus-valore. Eppure anche questo metodo "pacifico" contiene una profonda violenza interna, nascosta, composta da fame, povertà e degrado, una vita condotta al regime dei ritmi produttivi, espropriazione da parte del padrone dei frutti del lavoro degli operai.

L'espropriazione di terra, risorse e schiavi si associa all'espropriazione del lavoro attraverso una rigida violenza dettata dai ritmi dei macchinari, con la prima vigente nella periferia e la seconda nel centro. Ma l'una si basa sull'altra, il centro sempre a spesa della periferia, e questi due macro-cosmi entrano in relazione proprio attraverso lo spostamento di capitale: il capitale coloniale viene ripulito del suo sangue prima di entrare nelle banche e nelle fabbriche, e il capitale dello sfruttamento giunge ai coloni.


Ciascuna di queste modalità di riproduzione capitalistica, estrapolazione di forza lavoro ed accumulazione primitiva, necessita la propria ideologia, con funzione razionalizzatrice e apologetica.

Da questo punto di vista i centri furono avvantaggiati, siccome godevano di una forte coesione interna, geografica, economica e politica; oltre a ciò, tra i processi produttivi altamente sviluppati vi era quello della produzione dell’informazione e del pensiero, attraverso i giornali, i partiti, il telegrafo, e tutto ciò gli garantirono la possibilità di sviluppare un'ideologia forte e coesa: il liberalismo, il cui scopo era quello di proteggere la libera compravendita di lavoro e capitale e tutelare di fronte alla legge l’estrapolazione di plusvalore, inneggiando alla tolleranza e all'uguaglianza.


Nelle periferie invece fu tutt'altra storia: queste non disponevano pressoché di alcun legame fra di loro, accomunate solo dalla loro oppressione, esistevano ognuna come un'appendice del proprio centro e nessuna disponeva di processi produttivi paragonabili a quelli centrali; allo stesso modo l'ideologia dominante fu quella imposta dagli oppressori, come appendice del liberalismo: una semi-ideologia che glorificava la disumanizzazione degli oppressi e ne giustificasse dunque la violenza subita, il furto, il genocidio; la loro disuguaglianza sociale fu difesa davanti ad una fittizia disuguaglianza biologica. Una "semi-ideologia" perché tutto ciò si sviluppò in seno al liberalismo stesso, non se ne discostò mai, diventandone al massimo una ripugnante ma necessaria protrusione: solo così possono essere riflesse tutte quelle disuguaglianze di cui necessita la società capitalistica.


I padri fondatori americani godevano di schiavi, la cultura illuminata inglese si sviluppò a bordo delle navi con cui scorrazzavano i neri dalle loro terre al loro fatale destino, e nacquero così la glorificazione del genio, dell'individuo imprenditore, di fianco alle scienze razziali, al suprematismo e al Destino Manifesto.

Solo dopo questa breve introduzione si può parlare di fascismo.


Fascismo storico

Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri.
Antonio Gramsci

Parlando di fascismo è difficile che la mente non vaghi immediatamente verso Mussolini in Italia, ad Hitler in Germania, alcuni penseranno anche a Francisco Franco in Spagna e Hirohito in Giappone. Si spera che la maggioranza della popolazione sia a conoscenza di ciò che hanno fatto queste figure, dai modi in cui sono saliti al potere e lo hanno consolidato, chi attraverso leggi e chi attraverso la guerra civile, il modo in cui si sono dedicati alla repressione della popolazione e soprattutto di quei popoli "alieni".

Ad essere spesso ignorate sono le cause di questi eventi, fin troppo frequentemente attribuite ad un gruppetto di pazzi, o talvolta ad un vago concetto di "ansia economica" della popolazione che magicamente e misticamente si trasforma in odio razziale, in violenza genocida e indifferente passività. Alla base della nascita di questi regimi vi furono dinamiche sociali che vanno oltre la mania di un manipolo di criminali o la paura della "classe media" di perdere tutto.

Raramente si parla del fascismo di questo periodo come un prodotto di una crisi profonda nel capitale e nel suo sistema di sfruttamento.


Molto spesso il fascismo viene accomunato al semplice autoritarismo, si tenta di ridurre il primo al secondo o il secondo al primo; si parla spesso di “gerarchia”, “sopraffazione” o “totalitarismo”, ma di questi concetti si ignora la provenienza materiale. In genere l'autoritarismo è l’imposizione del volere di un gruppo sull’altro, il ricorso alla violenza per ottenere ciò, ed ha origine laddove si acuisca un conflitto sociale fra le due parti. Il primo conflitto sociale per importanza, quello da cui tutti gli altri dipendono, quello da cui le stesse fattezze della società dipendono, è il conflitto di classe: schiavi e padroni, servi e feudatari, lavoratori e capitalisti, e le lotte intestine che queste fazioni combattono nella società. Le classi nascono ai lati opposti della produzione materiale di una società, e ciascuna rivendica la realizzazione dei propri interessi, l’una a danno dell’altra: gli schiavi volevano l’emancipazione e gli schiavisti il loro possesso, i servi volevano la libertà di produrre e i feudatari rivendicavano il titolo sul loro prodotto, e oggi i lavoratori e i capitalisti si contendono i frutti del lavoro. L'autoritarismo, il ricorso all’autorità, è generato proprio dalla classe dominante per reprimere la classe sottomessa, per non perdere il conflitto sociale.


La differenza fra un sistema “libertino” ed un sistema “autoritario” dunque non è qualitativa, bensì quantitativa: nel secondo il conflitto sociale si è acuito a tal punto che è necessario il ricorso alla forza, alla sopraffazione, alla rigida gerarchizzazione della società, da parte della classe dominante verso la classe sottomessa, ed è proprio questo ciò che accadde in seguito alle dure condizioni economiche in cui furono costrette le classi dominanti dei paesi menzionati prima.


Allo stesso modo, spesso il fascismo viene accomunato al semplice nazionalismo. E va detto che l'ideologia fascista poggiò senza dubbio su un'idea caratteristica della nazione e su un duplice atteggiamento nazionalista: i grandi fascisti dell’epoca basavano gran parte della loro politica sull’astio inter-nazionalista e allo stesso tempo sulla solidarietà intra-nazionalista; questi due concetti, uno più rivoltante dell’altro, altro non è che un frutto di quell’operazione algoritmica del capitale di scindere e ricollegare sfere sociali nella maniera più adatta.


L'astio inter-nazionalista, come può essere ad esempio l'odio genocida che si diffuse in Germania nei confronti della popolazione ebraica, fu il risultato di attriti che andavano avanti sin da prima del '34, che si evolvevano su due fronti: da un lato la competizione fra le classi dirigenti delle rispettive nazioni, ognuna volenterosa affermarsi a scapito dell'altra, dall’altro una necessità intrinseca del capitale tedesco di asservire una sempre più ampia fetta della popolazione. Proprio come i coloni fecero per i nativi, i fascisti deumanizzarono i popoli “alieni”, iniziarono contro di loro una crociata bastarda in nome della nazione e la loro superiorità: questa politica nazionalista permise al capitale fascista di ricostruirsi in patria una perifera coloniale. Il lavoro incessante e industriale dei campi di sterminio, i lavori forzati, servivano ad aumentare il profitto; c’era gente che lucrava sul genocidio, e d’altronde sotto questi aspetti non è altro che una forma più raffinata di ciò che avveniva ai confini dell’impero, forse ne fu una forma più barbaresca e allo stesso tempo più civile.


E la solidarietà intra-nazionalista, come fu la mitologia del Volk tedesco, nacque proprio in seno a questo conflitto nazionale, a questa crociata bastarda, e si sviluppò fino alla repressione della lotta operaia sul nascere. Mentre il rafforzamento di una propria identità nazionale fu fondamentale nella creazione di quelle sfere sociali discrete e interconnesse, è anche innegabile che in Germania, in Spagna, in Italia e in Giappone si stavano facendo sentire le richieste del popolo: spostando i termini della lotta sociale dalla classe alla nazione, le borghesie dei quattro paesi crearono una mitologia di collaborazione di classe con cui poter ricoprire i loro misfatti e le loro atrocità verso i lavoratori, promettendo loro che il vero nemico si distinguesse non dal manganello o dai soldi sporchi del sangue dei propri fratelli, ma dal naso un po’ più grande del solito.

Il conflitto nazionale è una maschera per il conflitto di classe e il suo acuirsi.


Ma a cosa fu dovuto l’acuirsi del conflitto di classe? Una pessima situazione coloniale: la Spagna aveva perso Cuba, le Filippine e Puerto Rico, il Giappone stava industrializzando senza colonie, l'Italia aveva subito la vittoria mutilata e la Germania la totale perdita dell'impero coloniale come condizione dei Trattati di Versailles.

Eppure sussiste una certa differenza fra il puro colonialismo e il fascismo. I coloni inglesi, ad esempio, si sono espansi in lungo e in largo per tutto il globo, rivendicando a sé terre già abitate, sottoponendo gli indigeni a trattamenti che possono essere accomunati ad un genocidio. Quest'espansione, quest'accumulazione servì gli interessi del proto-capitale nascente, per avere una maggiore quantità di terra e risorse a propria disposizione: il centro si andava costruendo alle spese della periferia.


Anche nei secoli a venire, il centro per crescere ha dovuto periferizzare sempre maggiori parti della terra. Ma con il tempo il colonialismo è diventato imperialismo, e la ripartizione delle terre emerse fu completa, ora in mano ad un impero o all'altro: ciò comportò che, mentre i coloni americani per crescere dovettero solo andare ad ovest, marciando per terre immense e "vuote" (lo erano se non si considerano i nativi come esseri umani), nell'epoca dell'imperialismo per crescere o anche solo per non perdere il proprio privilegio uno Stato centrale doveva strappare territorio all'altro.

Nei paesi fascisti, privi di colonie e privi dei mezzi sufficienti per rubarne ai propri competitori imperialisti, le economie stavano divenendo o erano già divenute sovrasature per dei confini così stretti, centri senza periferie come teste senza corpi: i paesi stavano implodendo su se stessi, non riuscivano più a mantenere l’ordine e si temeva ovunque una rivoluzione popolare, era già in corso un inasprimento del conflitto di classe. Il conflitto di classe si inasprì per aumentare quelle relazioni di grave disuguaglianza in cui il capitale doveva muoversi.


Per risanare questa situazione critica, con l'impossibilità temporanea di impossessarsi delle periferie altrui, i fascisti ne hanno ricreate all'interno dei propri confini. Hanno operato attraverso la sottomissione di intere popolazioni e il loro asservimento al capitale, ora attraverso la loro esclusione dal mercato per diminuire la competizione, ora attraverso il lavoro forzato, ora attraverso la repressione brutale di movimenti operai, sicuramente attraverso l’uso del nazionalismo ed un’eccessiva violenza repressiva.

Anche lo squadrismo fascista altro non fu che una guerra coloniale svolta nei propri confini, con armi e munizioni moderne, avanzate, tra fucili, mitragliatrici, bombe a mano e cannoncini, contro armi primitive, dalla falce alla roncola, raramente un fucile da caccia; una guerra tra due tessuti sociali differenti, una guerra tra borghesia finanziaria e industriale e il popolo. E tutto fu giustificato, tra le varie cose, con il mito dello straniero, chiamando i rivoluzionari e i combattenti per la libertà “russi”, denunciandoli come un’infezione esterna da debellare.


La colonizzazione interna tuttavia non poteva garantire né sicurezza né stabilità al capitale, desideroso invece di un sistema di sfruttamento più equilibrato in cui centro e periferia fossero chiaramente distinti, ed infatti il fascismo storico di questo periodo presentò una fortissima tendenza espansionistica, in Italia verso l'Africa e l'Adriatico, la Germania verso Ovest e ancor più verso Est, il Giappone in Asia, con lo scopo più o meno esplicito di riportare l’equilibrio in patria ai danni . Il trattamento dei popoli alieni del fascismo non è poi tanto distinguibile da quello che i coloni riservavano per i nativi: disumanizzazione delle vittime per giustificare la loro violenza, nonché l’impiego delle tecnologie più all'avanguardia per agevolare la repressione - Hitler stesso fu affascinato dal trattamento degli indigeni americani da parte dei coloni.


Come disse Frantz Fanon nel suo libro “i dannati della Terra”, il fascismo può essere inteso come “il colonialismo quando è radicato in un paese tradizionalmente colonialista”.

Il fascismo è una modalità operativa del capitalismo, come il liberalismo. Ciò che il liberalismo svolge all’esterno dei propri confini, il fascismo lo fa all’interno: il fascismo è la violenza dell’imperialismo che si riversa nei propri confini, la periferizzazione del centro stesso. Ma entrambi ricorrono allo stesso algoritmo del capitale, la stessa rete di realtà sociali distinte e interconnesse: liberalismo e fascismo sono identici, cambia solo la scala a cui operano.


Fascismo eterno

“​È una politica ferma e continua che Allende venga rovesciato da un colpo di stato [...] È imperativo che queste azioni siano attuate clandestinamente e in modo sicuro in modo che [il governo degli Stati Uniti] e la mano americana siano ben nascosti
Documento della CIA dell’ottobre 1970, riguardo il presidente marxista del Cile, democraticamente eletto, Salvador Allende

Se volessimo provare a dare una definizione materialista al fascismo, che includa non solo le sue manifestazioni ma anche le sue cause e i suoi effetti, incontreremo una serie di difficoltà.


Spesso il fascismo viene definito come

“dottrina e prassi politica fondata sulla violenta e indiscriminata affermazione di motivi nazionalistici e imperialistici, sulla presunta loro adeguatezza a superare e armonizzare i conflitti economici, politici e sociali, e sull'imposizione del principio gerarchico a tutti i livelli della vita nazionale; per estensione, qualsiasi concezione della vita politica e dei rapporti umani e sociali basata sull'uso indiscriminato della forza e della sopraffazione”;

oppure è “sintetizzato” a forza, in una maniera riduzionistica, come

“ogni regime politico di destra a carattere totalitario.”