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I campi di lavoro di cui non sentirai mai parlare.

Giovedì 23 dicembre 2021 il presidente Biden ha firmato un disegno di legge bipartisan per combattere la (presunta) piaga del lavoro forzato che infesta e imperversa nei territori dello Xinjiang. L’importazione di merce da questa regione della Cina, infatti, verrà autorizzata solo nel caso in cui i produttori dimostrino che non sia stata prodotta sfruttando la manodopera locale uigura.

 

Da questo avvenimento è possibile (se non doveroso) sviluppare e ramificare delle riflessioni che partono dalla costituzione degli Stati Uniti fino al periodo odierno e al suo sistema d’informazione caratteristico.

 

Situazione interna agli Stati Uniti d’America

La situazione interna del legiferatore non è affatto migliore del paese sanzionato: l’economia statunitense fa in parte affidamento al lavoro forzato nelle prigioni, ed è un dato di fatto.

Nonostante il paese affermi di aver abolito la schiavitù da più di 150 anni, una moderna reincarnazione del sistema schiavistico che ha caratterizzato l’economia del ‘’paese delle opportunità’’ è ancora nettamente influente nel sistema penitenziario di quest’ultimo.

Molte multinazionali ‘’made in USA’’ fanno fruttare i propri capitali sulle spalle dei carcerati statunitensi, che vengono in media pagati tra i 12 e i 40 centesimi all’ora. In alcuni stati, invece, come il Texas e la Georgia, i neo-schiavi non percepiscono nulla per il proprio lavoro. È il fenomeno della schiavitù legalizzata e le società miliardarie sono le principali beneficiarie.

Starbucks, Victoria’s Secret e Walmart sono solo alcuni esempi di sistemi aziendali piramidali che traggono profitto dalle politiche carcerarie statunitensi: storie di anti-Robin Hood che rubano dalle mani degli ultimi e degli emarginati, per poi attingere a dei dividendi sporchi di sangue e fradici di sudore, maturati da lavoro non retribuito, e distribuirli a dei capitalisti sfruttatori che non si curano del fatto che la vita e la dignità umana viene prima di ogni assegno, indipendentemente da quale cifra ci sia scritta sopra.

 

La storia si ripete, e forse è peggio della prima volta.

La prima volta la schiavitù era palese, sotto gli occhi di tutti e nessuno cercava di nasconderla. Era lì, fondamenta e base portante dell’economia britannica (poi rinominata statunitense) e mondiale sin dai primi sprazzi di mercantilismo.

La tratta era percorsa giornalmente da centinaia di navi con comandanti che razziavano le terre su cui approdavano e sradicavano gli indigeni dai propri territori in nome di un diritto imperialistico inesistente, perché era la loro professione.

 

Nel mondo globalizzato moderno invece la storia è diversa, ma con diverse analogie. Il fenomeno è nascosto, celato minuziosamente e accompagnato dal vergognoso silenzio della maggior parte dei media, un silenzio straripante di omertà incentivata dal governo USA e dalla propaganda occidentale.

Gli schiavi del III millennio non sono (forse) più merce di scambio e la loro condizione viene giustificata dal fatto che essi siano dei detenuti: una scusa per privarli di ogni diritto costituzionale.

L’appello indiretto a posizioni di inferiorità sociale per giustificare veri e propri crimini legalizzati è all’ordine del giorno nella folta, corrotta e invereconda ramificazione in decadimento che è il sistema carcerario degli USA.

In molti si appellerebbero al principio di ‘correzione e rieducazione’, secondo loro intrinseco alla figura delle prigioni, ma la verità è che questo principio cessa di esistere quando il sistema in questione, per propria natura, elimina e calpesta i diritti fondamentali della persona da ‘rieducare’ e sfrutta la sua manodopera in nome del profitto.

 


Un Esempio pratico

Louisiana State Prison, 2014.

Il ricercatore dell’università di Firenze Giuseppe Caputo intraprende una visita guidata alla Louisiana State Prison: 18.000 acri di paesaggi che alternano estesi campi di cotone, caserme adibite alla lavorazione del raccolto e spogli dormitori dove gli sfruttati possono passare le poche ore di riposo concesse dai padroni.

Gran parte dei detenuti sono ergastolani neri, obbligati a prostrarsi per raccogliere cotone per far passare il tempo, mentre pompose guardie bianche a cavallo sorvegliano con occhio orwelliano.

Tutto questo per pochi spicci, un rancido vitto, uno scomodo alloggio e in favore alle multinazionali del cotone: non è possibile trovare altro sostantivo in grado di descrivere la situazione, se non ‘‘schiavitù’’.

 


La situazione della Repubblica Popolare Cinese

La schiavitù penitenziaria del III millennio è reale e un paese come gli Stati Uniti, che si dichiara democratico, deve estirpare questa concreta minaccia all’integrità dell’uomo e del prigioniero nel proprio territorio nazionale, sradicando un sistema carcerario oppressivo, corrotto e barbaramente piramidale. La più grande disfatta di uno Stato è coltivare il marcio e far finta di non vederlo.

 

"Gli Stati Uniti devono inviare un messaggio clamoroso e inequivocabile contro il genocidio e il lavoro forzato ovunque si manifestino questi mali". Queste le parole del senatore Jeff Merkley, promotore del progetto di legge.  

Le sudette dichiarazioni sono dettate da un’apparente disinformazione e scarsa conoscenza dei fatti che accadono nello Xinjiang.

Dopo aver approfondito le grottesche situazioni che caratterizzano le carceri USA, è doveroso analizzare le vicende cinesi che vedono coinvolto il popolo Uiguro e questionare la necessità di una legge imperialista e accompagnata da ideali di supremazia ed egemonia come quella emanata da Biden.

 

Gli Stati Uniti, per promulgare questo embargo, si appellano al fatto che nello Xinjiang milioni di uiguri, una popolazione islamica cinese, siano trattenuti contro la propria volontà in campi di rieducazione e costretti a mangiare cibo ‘haram’, bere alcol e dimenticare la propria lingua in favore del cinese mandarino.

Queste falsità sono propinate da due fonti principali: la prima è una ONG diretta da Washington, che si basa su uno studio a cui hanno partecipato solo 8 uiguri su 20 milioni.

La seconda risponde al nome di Adrian Zenz, un noto cristiano estremista antisemita che si considera ‘’inviato dal Signore per occidentalizzare la Cina’’.

È oggettivo che le fonti prese in considerazione siano scarne e insufficienti.

Il governo cinese ha considerato l’usufrutto dei campi di rieducazione necessario perché è minacciato dalle frange terroristiche che risiedono in questi territori, come il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, che ha sferrato attacchi a partire dal 2009.

L’ISIS, notando questi movimenti nel territorio, ha reclutato numerosi uiguri per combattere tra le proprie fila e quando quest’ultimo ha perso potere e sovranità, gran parte dei reclutati è tornato in patria con idee estremiste e volte allo smantellamento del governo cinese.

Questi campi sono necessari per rieducare e de-radicalizzare questa parte di popolazione e non sono affatto come i media occidentali li hanno dipinti.

Coloro che risiedono nelle strutture sopracitate vengono seguiti psicologicamente da professionisti in modo da estirpare l’estremismo, ma non il credo religioso in sé; vengono istruiti da insegnanti qualificati, in modo da imparare di nuovo il mandarino e apprendere una professione, tutte competenze che renderanno più semplice il ritorno nel mondo del lavoro da parte dell’ormai ex-radicalizzato. Inoltre, hanno il permesso di uscire e recarsi dai propri familiari 2 volte alla settimana.

 

Questo progetto è stato visionato in prima persona da molti paesi a maggioranza islamica, che hanno visitato i campi di rieducazione, approvato il progetto e dichiarato il pieno rispetto dei diritti umani dei residenti.

Anche i rappresentanti dell’Unione Europea sono stati invitati, ma l’invito non è mai stato preso in considerazione ed è tuttora in sospeso.

 


Riflessioni e conclusione

Gli Stati Uniti d’America perpetuano la propria personale e sempiterna battaglia a nome della democrazia e della tutela diritti umani. Ideali che altro non vogliono nascondere se non l’interesse imperialistico e neo-colonialista che caratterizza la cultura radicata nel paese e, di conseguenza, ogni governo che si succede in esso.

È in corso una battaglia tra USA e Cina, fatta di disinformazione e manipolazione strategica dei media: le bombe e gli eserciti sono stati sostituiti dagli articoli di giornale, le fake news e le interviste. Questa guerra mediatica influisce sul pensiero del popolo: l’egemonia USA è stata ormai normalizzata e la maggior parte dei cittadini occidentali la incentiva.

È necessaria una rivoluzione mediatica, portata avanti da testate indipendenti che riportino i fatti senza l’influenza e la corruzione dei governi imperialisti con manie di protagonismo.




U.S. is a country that actually implements forced labor: Xinjiang official


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Detenuti e schiavizzati: costretti a lavorare gratis per Starbucks e Victoria’s Secret


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