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I problemi dell’Ungheria: dal dopoguerra alla rivolta.


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Proponiamo la lettura del libro di Herbert Aptheker, pubblicato nel 1957 e tradotto da "Parenti Editore", Firenze.


1- Il personale politico

Nell'ottobre del 1944 si costituì un Governo Libero ungherese di coalizione, con a capo il leader del più forte partito legale non-nazifascista, i “piccoli proprietari", e con rappresentanti dei partiti socialdemocratico, comunista e contadino.

In questo governo emergeva la figura di Mátyás Rákosi, leggendario capo comunista.

Tutti gli altri partiti avevano continuato a funzionare legalmente sotto Horty; d'altra parte, nessuno di loro aveva così chiari titoli di antifascismo. In questa situazione è chiaro che anche il Partito Comunista dovette attirare nuovi membri.

Fu così che nel 1950 il partito comunista, tenendo anche conto della fusione coi socialdemocratici nel 1948 da cui nacque il nuovo partito operaio ungherese, poteva annunciare un seguito di 800mila membri, in un Paese che contava in tutto poco più di 8 milioni di abitanti.


2- I partiti di coalizione

I partiti di coalizione si opposero alle riforme non appena esse cominciarono a diventare più incisive.

Il partito nazionale contadino e i dirigenti dei piccoli proprietari, per non parlare dei gruppi alla loro destra nonché l'ala destra della socialdemocrazia, si pronunciarono contro l'eliminazione della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Il Partito Comunista, una parte considerevole dei capi socialdemocratici, la maggior parte della base socialista insieme a una frazione incerta dei piccoli proprietari chiedevano invece la collettivizzazione della proprietà e la creazione di una società socialista.

La nuova Ungheria andò per la seconda volta alle elezioni generali il 31 agosto 1947 e, nonostante questa volta ci fosse un deciso intervento nella campagna elettorale da parte della gerarchia cattolica molto più aperto che nel 1945, il Partito Comunista conquistò più voti di tutti gli altri partiti singolarmente presi: la maggioranza degli elettori ungheresi si pronunciò chiaramente per il socialismo, anche se in gradi e modi diversi.


3- I rivolgimenti economici.

Dal punto di vista sociale si realizzò un servizio di sicurezza sociale, l'eliminazione della disoccupazione totale e parziale, ferie pagate, tasso della mortalità ridotto alla metà, scomparsa dell'analfabetismo totale e apertura scolastica ad ogni livello per i figli provenienti da famiglie operaie e contadine che costituivano ormai la maggioranza della popolazione, abolizione di ogni discriminazione confessionale. Tuttavia nel 1953, anno della morte di Stalin, ci fu un radicale ripensamento in questa politica. Nel 1954 quando i paesi orientali allentarono la pressione sullo sviluppo dell'industria pesante, in Ungheria il rovesciamento degli accenti fu ancora più ampio e completo: la flessione fu così grande da far registrare una diminuzione rispetto al 1953. Un cambiamento così drastico e improvviso non poté non avere violente conseguenze destabilizzanti sull'intera economia del paese.


4- Le distruzioni belliche e i pagamenti di guerra.

La linea di condotta dell'URSS riguardo alle riparazioni ungheresi fu abbastanza generosa, concedendo dilazioni dei pagamenti, il 20 gennaio 1948 arrivo alla remissione di 17 milioni di dollari e l'8 giugno Dello stesso anno la rinuncia al 50% di tutti i pagamenti ancora pendenti. Tuttavia la propaganda sciovinista non mancò ad esasperare e distorcere questi fatti.

Il 18 luglio 1956 Mátyás Rákosi si dimise, adducendo le sue condizioni di salute. «Ma oltre a questo - aggiungeva nella sua lettera di dimissioni - i miei errori nel campo del culto della personalità e della legalità socialista rendono più difficile alla direzione del partito di concentrarsi pienamente sui compiti che ci stanno di fronte». Quelli che lo sostituirono si sostanziavano nella destra del partito, composta dai revisionisti titoisti (seguaci del partito) e liberisti socialdemocratici (seguaci di Ime Nagy).

Già dalla metà del 1953, dopo la morte di Stalin quindi, vengono concentrati gli sforzi, riassunti e simbolizzati in un mutamento di persone che vide l'avanzamento di Imre Noga in una posizione di rilievo nel partito e alla carica di risomministro nel governo. Nel 1955 le critiche furono serrate e, in aprile, Nagy fu allontanato dalla carica di primo ministro, e in novembre, essendosi egli dichiarato in aperta opposizione con le sue decisioni, fu espulso dal partito.

Nagy, essendo ormai al di fuori del partito, ma ancora con un seguito al suo interno, portò le sue tesi di fronte all’opinione pubblica in generale e intraprese un'aspra e potente campagna contro la direzione e la linea del partito.


In questo contesto cominciarono nel 1956 le dimostrazioni di protesta che sfociarono nei famosi "fatti d’Ungheria".


Seguiamo il racconto fatto da Herbert sui fatti d’Ungheria dal libro “verità sull'Ungheria”.


All'alba del 23 ottobre, il quotidiano del partito, Szanad Nep, usciva con un articolo di fondo, in cui dava il benvenuto alle dimostrazioni di studenti e giovani che erano preannunciate sottolineando con orgoglio il fatto che «la grande maggioranza dei dimostranti prendono parte all'azione come fermi seguaci del socialismo». Contemporaneamente, i gruppi armati si radunavano, e nelle prime ore del 24 ottobre si accingevano all'assalto di altri edifici pubblici. Questo era semplice terrorismo fascista e, nello spazio di poche ore, in circa quindici piccoli centri dei dintorni, le bande procedettero sistematicamente al massacro di tutti comunisti noti, presidenti dei consigli locali, guardie di polizia e dirigenti di cooperative e collettivi. In questo momento, e ancora per diversi giorni, le truppe sovietiche confinarono il loro intervento soltanto entro Budapest, ciò spiega i massacri diffusi che avvennero fuori della città. Nella capitale il fatto più eclatante si ebbe quando un gruppo di controrivoluzionari entrò in Piazza degli Eroi per abbattere la statua di Stalin. Numerosi cittadini si misero in mezzo occupando pacificamente la piazza per impedire la profanazione di quel monumento che, per molti ungheresi, era il simbolo stesso del socialismo. Ma subito la piazza venne accerchiata da milizie armate che attaccarono gli inermi manifestanti mettendoli in fuga, con l’apertura di un intenso fuoco, uccidendo ben 31 persone, tra cui donne e bambini, riuscendo alla fine nell’intento dell’abbattimento della statua. Fuori dalla capitale e soprattutto nell’occidente del paese - dove il confine con l’Austria era stato aperto fin dal mese di luglio e dove agenti provocatori entravamo nel paese, a migliaia – continuarono le azioni di guerra contro la polizia e le formazioni militari ungheresi, fino a che, alla sera del 26 ottobre, gli insorti ebbero il controllo della frontiera con l’Austria e di una dozzina di capoluoghi di distretto nella parte occidentale dell’Ungheria. Nel tardo pomeriggio del 26 le sparatorie ripresero anche a Budapest, e a partire da quel momento gli assassini di singoli comunisti diventarono frequenti. A partire dal 31 ottobre le posizioni decisive nel governo di Budapest non erano più nelle mani dei comunisti, ma piuttosto di una coalizione la cui maggioranza consisteva di un eminente socialista di destra e di tre non-socialisti. All'ambasciatore sovietico a Budapest era stato comunicato da Nagy stesso che l'Ungheria denunciava senz’altro e seduta stante il trattato di Varsavia. Questo discorso di Nagy si chiuse con un saluto all'Ungheria «libera, democratica, indipendente e neutrale».


Allo scivolamento verso destra si associava intanto la progressiva disintegrazione del Partito dei Lavoratori Ungheresi. Priva di un partito marxista unito, attivo fiducioso, la classe operaia stessa era come un corpo senza testa, le cui varie membra andavano simultaneamente in tutte le direzioni, di fatto, paralizzandola.

 

Il 26 ottobre un'agenzia della United Press riconosceva che «i ribelli sono bene armati» per poi aggiungere, il 30 ottobre: «è abbastanza evidente, che quanto sta accadendo in Ungheria sia frutto di mesi se non interi anni di preparazione». Alcuni assembramenti di persone si riunivano intorno a quei corpi di membri del partito o della polizia di sicurezza, che venivano colpiti con calci e bastoni fino a farli divenire masse informi che nulla avevano più di umano.


Le fotografie pubblicate su Life del fotografo John Lampioni il 12 novembre del 1956, mostravano un gruppo di ungheresi in uniforme disarmati e con le mani in alto in segno di resa, nei fotogrammi successivi lo stesso gruppo veniva fucilato a freddo dalla distanza di cinque passi e su uno di loro, non ancora morto, si mostrava la percossa di un calcio di fucile che distruggeva il suo cranio.


Le Monde Diplomatique annunciava che le librerie furono un luogo di attacco particolare dei "combattenti per la libertà". Opere di Lenin, Marx, Engels, Stalin e di altri comunisti ed autori progressisti di tutto il mondo furono buttate in grandi roghi che si ebbero per le strade.


Venivano pubblicati ed affissi sui muri manifesti con liste nere di uomini e donne che dovevano essere uccisi, molte personalità di cultura ungherese e membri di organizzazioni sindacali ed operaie (World Trade Union movimento of London, dicembre 1956, pagina 20).


Il giornalista e inviato speciale del quotidiano Jugoslavo Politika riassumeva gli eventi di quei giorni raccontando di abitazioni di comunisti contrassegnate con una croce bianca quelle di ebrei con una croce nera, affinché fossero segni di riconoscimento per l'opera di sterminio.

 

Un altro dato da rimarcare è che è falso affermare che l'intera nazione abbia partecipato all'insurrezione.


Se veramente le masse si fossero sollevate e avessero svolto un ruolo attivo, gli avvenimenti sarebbero stati di carattere e durata completamente diversi: quanto meno, si sarebbe vista una lotta generale e prolungata e non una serie di scontri molto limitati, nettamente sporadici e generalmente brevi. La maggioranza della classe operaia non prese parte ai combattimenti: probabilmente in posizione di sfiducia verso tutti i dirigenti in tutte le fasi, e ancora più diffidente mancano che il potere si spostava sempre più verso destra


Come fu sconfitta la controrivoluzione?

Ingenti masse operaie e contadine chiesero maggioranza nelle assemblee di base che venisse posta una fine ai massacri e alla controrivoluzione che imperversava a Budapest e nella parte occidentale del Paese. Il 3 novembre si istituì così nella città di Szolnok un comitato rivoluzionario nazionale di operai e contadini che chiamava ed imponeva al segretario generale del partito, Janos Kadar (che nel frattempo aveva abbandonato il governo Nagy) per formare un governo di emergenza come unica reale alternativa alla controrivoluzione nella nuova guida della democrazia popolare ungherese.


Fu proclamata la costituzione del governo rivoluzionario operaio-contadino d'Ungheria, con questo appello:


Non potevamo più assistere allo spettacolo dei terroristi e dei banditi controrivoluzionari che assassinavano bestialmente i nostri fratelli operai e contadini, tenevano nel terrore i pacifici cittadini ungheresi, trascinavano il nostro Paese nell'anarchia, che gettavano rutta la nazione sotto il giogo della controrivoluzione per lunghi anni a venire. Le nostre conquiste socialiste, la nostra democrazia popolare, il nostro potere operaio contadino, la sovranità stessa del nostro paese sono in grave pericolo.

La battaglia fu abbastanza breve, i mezzi corazzati attaccarono là dove era necessario e dove gruppi di controrivoluzionari resistevano sparando. Le perdite complessive, dal 23 ottobre al primo dicembre, furono di circa 2mila persone tra militari sovietici e ungheresi controrivoluzionari, mentre i feriti curati negli ospedali furono circa 13mila. Possono sembrare cifre ingenti ma, se le rapportiamo agli oltre 20mila uccisi durante il terrore fascista della controrivoluzione dei giorni precedenti, sono un numero infinitamente minore.


Risulta altresì da questi fatti che in Ungheria, ci si è trovati di fronte ad un potere esercitato da un partito immaturo, che però doveva urgentemente rinnovare profondamente la storia del paese e la sua narrazione presso un popolo intossicato da secoli di sciovinismo.


Ma ci preme sottolineare una considerazione che ancora fa riferimento al fattore soggettivo, ossia alla guida politica del partito. Stalin nel prezioso articolo "Vertigine dei successi. Sulle questioni del movimento di collettivizzazione agricola" apparso sulla Pravda il 2 marzo 1930, criticò aspramente gli errori e le deformazioni avvenute in quel periodo in URSS. In quella fase non solo l'URSS non aveva l’appoggio di nessun altro paese, ma doveva affrontare collettivizzazione e industrializzazione interamente da sola. Fu sconfitta l'URSS negli anni 30? Certo che no, anzi, i suoi successi costituiscono una pagina gloriosa della storia dell’umanità. E allora cosa differenzia il successo sovietico dall’insuccesso ungherese? Probabilmente non tanto per gli errori ed esagerazioni, che avvengono in tutti i momenti di trapasso rivoluzionario, ma quanto perché la guida e la tensione rivoluzionaria furono minate proprio da coloro che invece volevano "rigenerare" questo partito esponendolo invece agli attacchi della reazione


L'Ungheria era in quella fase un paese assediato dall'esterno e dall'interno, diretto da un partito comunista inesperto, forse rimpinguato alla bell'e meglio da elementi carrieristi, che si dovette sobbarcare l'onere di guidare contemporaneamente anche il paese in una fase concitata e difficilissima dal punto di vista politico ed economico. « Fu la debolezza di quella nuova dirigente a creare le cause del disastro e poi precipitarvi il paese. » .


In conclusione possiamo capire da questi fatti che la nuova direzione opportunista filo-kruscioviana che aveva preso il potere in Ungheria nel 1956, ma aveva già minato la direzione marxista-leninista già subito dopo la morte di Stalin nel 1953, porta gravi responsabilità per quello che accadde. Si ribellò alla dittatura del proletariato perché essa, fin quando era diretta da elementi inflessibili e fedeli al socialismo, era diversa dalla natura della società che essi volevano costruire. Sabotò l'unità del partito, arrecando ad esso gravi danni di credibilità e rendendo vulnerabile il potere socialista alla sovversione.