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Pasolini, i 100 anni dalla nascita.

La gioventù.

Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo del 1922, ma il vero luogo dell'anima è Casarsa della Delizia, il paese friulano (oggi in provincia di Pordenone) da cui proveniva la madre Susanna Colussi.

Sin da bambino Pier Paolo vi trascorre le lunghe vacanze estive, a contatto con i parenti della famiglia materna (zii, cugini ecc.) e, più in generale, con la gente del posto. Intanto frequenta prima il liceo e poi l'Università a Bologna; scrive articoli per "Architrave", rivista del Gruppo universitario fascista (il GUF), ed è redattore capo del "Setaccio", organo della Gioventù italiana

del Littorio (il GIL).

Dopo l'8 settembre del 1943 si mette in salvo a Casarsa dove la famiglia, mentre il padre viene fatto prigioniero in Africa dagli inglesi, si era trasferita per attendere la fine della guerra.

Pasolini si dedica con passione all'insegnamento: dapprima istituendo, con l'aiuto della madre tra il 1943 e il 1946, una piccola scuola privata a Casarsa (successivamente trasferita nella vicina Versuta dove erano sfollati); poi, dal 1947, con un incarico alla scuola media di Valvasone, a cinque chilometri da Casarsa (distanza che lo scrittore percorre ogni giorno in bicicletta).

Vivere in paese lo avvicina al popolo e ai suoi problemi sociali: ora il dialetto non è più soltanto una lingua per fare poesia (Poesie a Casarsa era la raccolta di versi in friulano con cui aveva esordito nel 1942), ma un idioma effettivamente parlato.


La Madre.

Pier Paolo Pasolini con sua madre
Pier Paolo Pasolini con sua madre, 1963.

Durante l'infanzia e l'adolescenza Pier Paolo e il fratello Guido soffrono dei rapporti non buoni tra il padre e la madre, che spesso sfociano in litigi; il padre, d'indole passionale, talvolta violento, lamentava che la moglie lo disprezzasse e non lo amasse abbastanza; quando cadeva in crisi depressive, cercava di uscirne bevendo. La madre è invece più intellettuale e riservata, e il piccolo Pier Paolo sta completamente dalla sua parte.

Con lei manterrà sino alla fine un legame speciale. In una celebre lirica, Supplica a mia madre, enuclea, in alcuni lucidissimi versi, il rapporto edipico con la figura materna, ma anche tutto il suo affetto, fonte dell'impossibilità di una vita sentimentale appagante.

La madre rappresenta l'oggetto di un amore forte, a cui non è possibile sottrarsi, ma dal momento che si tratta di un amore spirituale, ogni altra passione deve essere "senza anima", perché altrimenti equivarrebbe a un tradimento nei confronti della madre stessa. Quest'ultima è "insostituibile": dunque il poeta non può amare veramente nessun altro ed è pertanto destinato alla solitudine.


Roma

Pier Paolo Pasolini durante la preparazione del suo primo film, Accattone. Borgata del Quatricciolo, 1960.
Pier Paolo Pasolini durante la preparazione del suo primo film, Accattone. Borgata del Quatricciolo, 1960.

Non è semplice spiegare che cos'erano le borgate romane all'inizio degli anni Cinquanta, quando Pasolini giunse a Roma in fuga dal suo Friuli. Non certo le periferie urbanizzate dall'edilizia popolare (che si sarebbero viste qualche anno più tardi), bensì una zona sospesa tra città e campagna: la borgata non era più città, ma non era ancora campagna.

Costruzioni molto povere (a volte in muratura, ma spesso in legno e lamiera), vie non asfaltate (polverose d'estate e pronte a trasformarsi in rivoli fangosi alle prime piogge), assenza di adeguate strutture (fognature, acqua corrente, luce elettrica ecc.). Di quell'ambiente offrono testimonianza le immagini dei film romani dello stesso Pasolini: Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

Pasolini sul set di Mamma Roma, 1962.
Pasolini sul set di Mamma Roma, 1962.

Ma sullo sfondo si intravedono i cantieri edili che di lì a pochi anni avrebbero radicalmente trasformato il volto della periferia romana in qualcosa di molto simile a quello che conosciamo oggi.

In quell'ambiente così povero Pasolini trova però un'umanità popolare dalla quale si sente irrimediabilmente attratto, al punto da metterla al centro dei suoi romanzi e dei suoi film.


Ragazzi di Vita

Non si potrebbe concepire l'opera pasoliniana senza uno stretto riferimento a una precisa realtà geografica, sociale e - potremmo dire, antropologica: l'umanità popolare della Roma delle periferie. Trasferitosi nella capitale all'inizio del 1950, Pasolini si immerge (letteralmente) nel flusso della vita delle borgate. Da quell'esperienza personale e diretta, scaturisce l'elaborazione del primo romanzo pasoliniano Ragazzi di vita (1955): un'opera che risente del clima neorealista, ma che per molti versi va oltre i modelli di quella corrente letteraria.

Ma chi sono i "ragazzi di vita"? Giovani nati e vissuti in un ambiente sociale privo di certezze, non hanno la sicurezza del lavoro, ma neanche quella della casa e della famiglia. In assenza del cerchio protettivo degli affetti, sono costretti a crescere in fretta, a imparare presto ad arrangiarsi, a vivere di espedienti.

Se sotto un profilo oggettivo le azioni che essi compiono sono immorali (rubano, truffano, aggrediscono, si prostituiscono, si rifiutano di lavorare...), lo scrittore li rappresenta tuttavia in una luce di purezza, senza condanna, ma con un sentimento di pietà in quanto vittime inconsapevoli di processi storici che li trascendono e li travolgono, essendo esclusi dal benessere che la civiltà porta con sé.


La vitalità

Pier Paolo Pasolini ritratto sul Tevere, Roma anni '50.
Pier Paolo Pasolini ritratto sul Tevere, Roma anni '50.

Dopo Ragazzi di vita (1955), Pasolini pubblica un secondo romanzo “romano", quasi gemello del primo, Una vita violenta (1959). I due titoli, che hanno in comune il vocabolo "vita", impattano sulla pregnanza di questa parola. Il termine "vita" a Roma è intriso di significati speciali, come l'idea di una festa gioiosa, basata sul dispiegarsi della sessualità (valore liberatorio cresciuto in secoli di repressione papalina). Vita, dunque, come "vitalismo" o "vitalità".

Pasolini amava profondamente la vita. Da ragazzo era stato forte e sportivo, amava la scherma e il calcio, ed era leader naturale di bande di ragazzi che giocavano alla guerra. Ma anche da adulto curava molto il proprio corpo: nervoso, scattante, come testimoniano le tante fotografie che lo ritraggono en déshabillé. La nudità allude a ciò che di più vivo e "reale" (per utilizzare un aggettivo caro a Pasolini) l'essere umano possiede.

Il corpo nudo rimanda all'essenza stessa della vita e al desiderio di vivere pienamente, sul piano esperienziale, il proprio stare nel mondo.

Nulla di più lontano, con Pasolini, dallo stereotipo dell'intellettuale rinchiuso nella torre d'avorio di una cultura astratta e rarefatta. Per lui vivere significa giocare la partita dell'incontro quotidiano con l'altro da sé, per allargare in questo modo il proprio orizzonte esistenziale. Anche a costo dei rischi che ciò comporta.


Un corpo, una Lotta.

Pier Paolo Pasolini alla manifestazione solidale per il popolo Basco, Roma, 1973.
Pier Paolo Pasolini alla manifestazione solidale per il popolo Basco, Roma, 1973.

Pasolini è un autore profondamente "politico". Nelle sue opere ha saputo di volta in volta confrontarsi con i grandi temi sociali e civili dell'Italia del secolo scorso: il fascismo e la Resistenza, l'impegno "a sinistra", l'avvento del neocapitalismo nella fase del boom economico, la trasformazione sociale della borghesia e del proletariato, il Sessantotto e il dramma della "strategia della tensione".

Pasolini discute con il pubblico durante Le giornate del Cnema italiano di Venezia, nell'anno in cui non si svolse, Settembre 1973.
Pasolini discute con il pubblico durante Le giornate del Cnema italiano di Venezia, nell'anno in cui non si svolse, Settembre 1973.

La sua originalità consiste nel fatto che egli ha tentato una sintesi tra partecipazione politica e lirismo. Infatti non rinuncia ad affrontare le grandi questioni che riguardano la collettività, ma insieme pone sé stesso e il proprio io poetico con tutte le sue tensioni, angosce, slanci, entusiasmi, sentimenti, in costante, dialettico rapporto con la realtà che rappresenta. Non senza un margine di ambiguità e irresolutezza: come confessa, in alcuni celebri versi, a colloquio con l'ombra di Antonio Gramsci.


Il Cinema

Pier Paolo Pasolini sul set di "Accattone", 1961.
Pier Paolo Pasolini sul set di "Accattone", 1961.

Per Pasolini il cinema non è motivo di abbandono dell'attività letteraria, Pasolini tratta il cinema banalmente come un ulteriore mezzo per esprimere se stesso, le sue idee e, soprattutto, la realtà, a cui era estremamente legato.

Tra le pellicole più importanti ritroviamo Accattone (1961), il primo film scritto e diretto da Pierpaolo, e l'anno dopo Mamma Roma (1962), questi due film, entrambi ambientati a Roma, trasportano cinematograficamente i precedenti lavori letterali del Poeta.

Quando nel 1963 Pasolini e il suo produttore Alfredo Bini attraversano l’Italia alla ricerca delle location per il film successivo (Il Vangelo Secondo Matteo, 1964), al regista viene l’idea di girare una serie di interviste, o meglio, di brevi conversazioni comuni con interlocutori appartenenti a tutti gli strati sociali e di tutte le età, che vengono poi suddivise per argomento. Il risultato è il docufilm Comizi d’amore (1963), che tratta i tabù legati al sesso. Quest'opera permette di capire molto della complessa e affascinante personalità di Pasolini, in particolare la sua vocazione pedagogica, la voglia non solo di comunicare un messaggio ma di insegnare qualcosa di profondo.

Dopo la metà degli anni Sessanta il cinema di Pasolini cambia radicalmente. Se nel periodo precedente si era inserito nella corrente neorealista, successivamente i suoi film si modificano in direzione di un’estetica più elitaria e sofisticata, avvicinando l’immagine filmica al simbolismo filosofico.

Quello di Pasolini era un cinema sospeso tra realtà e filosofia, un cinema capace di coinvolgere culturalmente lo spettatore a tal punto da spingerlo a ragionare e a porsi delle domande senza però fornirgli alcuna risposta.


Il Calcio

Partitella nella borgata di Centocelle, 1960.
Partitella nella borgata di Centocelle, 1960.

Sin da adolescente Pasolini ha amato il pallone, passione che ha coltivato anche da adulto perché era qualcosa che lo avvicinava agli altri, al popolo, ai ragazzi. Era un modo di comunicare con loro, ma anche di divertirsi, coltivando il piacere infantile del gioco.

Chissà quante partite avrà giocato: da ragazzo a Bologna (era stato capitano della squadra di calcio della facoltà di lettere dell'Università), in Friuli nel Casarsa Football Club, e anni dopo a Roma, sui campetti polverosi delle periferie. Ma la più celebre è quella disputata a Parma il 16 marzo del 1975, una domenica mattina, al campo della Cittadella, per la sfida tra "Novecento" e "Centoventi". Non si tratta di un gioco di parole (anzi di numeri), ma dei titoli abbreviati dei film che intorno a Parma stavano girando in quelle settimane, due maestri del cinema: Bernardo Bertolucci, con Novecento, e Pasolini, con il suo ultimo lungometraggio, Salò o le centoventi giornate di Sodoma.

L'idea della partita tra le due troupe nacque per festeggiare il trentaquattresimo compleanno di Bertolucci e per sancire il riavvicinamento tra Pasolini e il suo antico aiuto-regista dopo alcune incomprensioni.

Tre giorni più tardi, la cronaca di quella partita uscirà sulla "Gazzetta di Parma" con il titolo "Bertolucci batte Pasolini (5-2)". Bertolucci, in realtà, non giocò, ma si limitò a tifare per i suoi attori, tecnici, microfonisti. mentre Pasolini fu proprio il capitano della squadra, in cui c'era anche Ninetto Davoli.